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Un singolare lavoro di pedagogia e al tempo stesso di filosofia del diritto, che mette in evidenza la dimensione pedagogica intrinseca dell'esperienza giuridica. Di fatto, all'Autore è la stessa esperienza giuridica a rivelarsi, sia nel suo concetto che nella sua storia, con un significato eminentemente pedagogico, risolvendosi in un ambito che attiene alla formazione e al completamento dell'uomo. Meglio che altri ambiti dell'esperienza umana l'esperienza giuridica presenta il significato e il valore di elemento portante dell'evoluzione biopsichica dell'uomo, nel suo passaggio dalla materia allo spirito, dall'istinto alla coscienza, dal determinismo alla libertà. Un saggio scritto in uno stile «che attinge spesso i caratteri della nostra migliore produzione neoidealistica e risulta culto ed elevato, quale è dato sempre più raramente trovare nella saggistica filosofica, per non parlare di quella pedagogica» (Mario Martini, I problemi della Pedagogia, 3/1977). |
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Questo libro prende le mosse da un problema etico e sociologico assai vivo nei nostri tempi, il rapporto cioè fra arte e oscenità nella giurisprudenza, per riflettere e per interrogarsi sui rapporti che intercorrono fra diritto ed educazione, e, in particolare, sulla misura in cui l'attuazione pratica del diritto operata dal giudice oggi incide sull'educazione del cittadino. In quale misura il giudice, attraverso le sue sentenze, contribuisce positivamente al fatto educativo, o piuttosto, in quale misura per inadeguatezza culturale lo influenza negativamente, operando addirittura come elemento frenante dello sviluppo culturale della comunità? Questo è l'interrogativo di fondo che l'Autore del volume si pone, giungendo a conclusioni sconfortanti o addirittura pessimistiche circa la capacità dell'attuale giudice italiano, prevalentemente formalistico, di concorrere concretamente, nel quadro dei propri fini specifici, all'educazione dei soggetti ai quali è rivolta la sua azione. Ciò impone, secondo l'Autore, una riforma nella preparazione degli operatori giudiziari, che aggiunga alle specifiche competenze giuridiche, una sensibilità educativa elevata a coscienza pedagogica, tanto più irrinunciabile in un tempo in cui il diritto e l'educazione si scoprono correlati. Come scrive Franco Coppi nella Presentazione, «il libro, indipendentemente dal consenso o meno circa le sue tesi, si raccomanda alla più attenta lettura, innanzitutto per la seria e informata base sulla quale esse vengono svolte, e per l'affascinante problema che comunque suscita, e poi anche per l'ampia e documentata rassegna della giurisprudenza operata dall'Autore: chi volesse anche soltanto percorrere il cammino battuto dalla nostra giurisprudenza in questo particolare campo troverà materiale abbondante e interessante, intelligentemente ordinato e sobriamente commentato in modo da consentire al lettore l'agevole rilevazione delle linee di tendenza della nostra magistratura nell'arco di circa novanta anni intorno al delicato problema dei rapporti fra arte ed osceno». |
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Il libro può essere richiesto
alla casa editrice LA GOLIARDICA,
Via D. De Dominicis, 15 - 00159 Roma |
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La linea interpretativa del saggio è costituita dal concetto, secondo il quale in Rousseau il momento pedagogico costituisce l'essenza stessa della giuridicità. Benedetti, seguendo le indicazioni dello stesso Rousseau, rintraccia in Platone il predecessore del Ginevrino. Infatti già in Platone il fondamento del diritto è rinvenibile nella sua pedagogicità. Tale tesi è confortata ex contrario da Spencer, il quale attribuisce ad alcune leggi un'influenza pedagogica funesta. Da qui la necessità della preparazione scientifica dei legislatori sugli inevitabili effetti educativi delle leggi, che sono senza dubbio i più importanti tra i risultati della legislazione degni d'esser presi in considerazione, perché modellano l'individuo stesso e, di conseguenza, la società che egli, insieme ad altri come lui, va a costituire. Dal punto di vista filologico, il libro, con le sue documentazioni testuali estese (ed è cosa rara) a tutto Rousseau, offre un'interpretazione unitaria della sua filosofia che può essere considerata, come scrive Manlio Fancelli nella Prefazione, «un definitivo superamento del vecchio pregiudizio, ancora oggi presente in troppi studiosi, che ha diviso in compartimenti stagni e giustapposto il Rousseau pedagogista, il Rousseau filosofo della politica, il Rousseau letterato e così via dicendo, quasi si trattasse di autori diversi». |
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In quattordici capitoli suddivisi in quattro parti l'A., percorrendo l'intera opera vichiana dalle Orazioni inaugurali al De ratione, attraverso il Diritto universale (cui naturalmente è dedicato uno spazio particolare) fino alla Scienza nuova, rintraccia in essa le tappe fondative di un'autentica "pedagogia del diritto". Il diritto assolve secondo Vico un compito essenzialmente educativo fondato sulla propria adesione all'ordine ontologico originario. Fenomeno umano e divino ad un tempo, il diritto si fa luogo di realizzazione storica di tutto ciò che è propriamente umano nell'uomo. L'uomo non può essere pedagogicamente condotto alla sua piena attuazione senza il sostegno del diritto e della legge; finché visse non secondo leggi, ma secondo istinti ed impulsi individuali, quell'essere in forma di uomo non era uomo: era la foscoliana "umana belva", errante nella vasta selva della terra. E' il diritto che solleva gli uomini dalla originaria condizione ferina e li spinge alla conquista della propria natura razionale, della propria soggettività trascendentale, di quella possibilità-di-trascendenza che essi sono per essenza e che sono chiamati a mettere in atto nel tempo, nel mondo e nella storia. Ad una lettura critica ed approfondita, l'opera del Vico appare all'Autore un chiaro invito a dissolvere l'illusoria neutralità etica della politica e della legge, che ha costituito la base ideologica dello Stato moderno, e a riscoprire il compito educativo delle istituzioni, che oggi si tende viepiù a considerare meramente funzionali alla "gestione" della cosa pubblica e a piegare in senso meramente pragmatico, corrodendone il fondamento umanistico. Solo assolvendo (per quanto a loro compete) il proprio compito educativo le istituzioni si assicurano dal rischio di degenerare. La visione educativa del diritto così suggestivamente messa in luce da Vico (conclude l'A.) andrebbe anzitutto recuperata all'interno della pedagogia, della sua odierna vocazione a costituirsi come una teoria della "società educante" in grado di coinvolgere l'intera comunità nel processo educativo. |
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Il libro può essere richiesto alle edizioni ANICIA,
Via S. Francesco a Ripa 62, 00153 Roma |
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Alcuni altri scritti dell'Autore sullo stesso tema
Leggi agrarie e educazione, "I Problemi della Pedagogia", 5-6/1980, pp. 687-705.
Pedagogia e diritto, "I Problemi della Pedagogia", 6/1987, pp. 571-603.
Diritto, morale, educazione, "I Problemi della Pedagogia", 3/1989, pp. 209-227.
Le leggi e l'educazione, "I Problemi della Pedagogia", 1-3/1997, pp. 91-95.
Riflessioni sull'art. 3, comma 2, della Costituzione, "I Problemi della Pedagogia", 1-3/1998, pp. 31-47.
Verso una pedagogia del diritto, "I Problemi della Pedagogia", 1-3/2003, pp. 13-36.
L'effetto educativo delle leggi, "Umanesimo del lavoro", 1/2005, pp. 16-24.
Le leggi come evento educativo, "www.ildialogo.org", ottobre 2005, pp. 1-5.
Responsabilità delle leggi (dedicato al Prof. Mauro Laeng), "I Problemi della pedagogia" 5-6/2005, pp. 439-447.
(leggi l'articolo)
I peccati dei legislatori, "Rivista Abruzzese", 2/2007, pp. 111-118.
Diritto penale e valori sociali, "Umanesimo del lavoro", nn. 44-45/2007-2008. (leggi articolo)
Diritto come morale applicata, "I Problemi della Pedagogia", 1-3/2008, pp. 55-69. |
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