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La rivista «Istituto Tecnico», sorta, nel 1963, per rispondere a particolari e specifiche esigenze dell'istruzione tecnico-professionale - che non si può dire ricevesse molta attenzione dal mondo pedagogico - intese sin dall'inizio inserire la sua ricerca in direzione di una scuola culturalmente unitaria, in cui fosse rimosso il secolare pregiudizio della presunta inferiorità culturale della scuola tecnica di fronte alla preminenza formativa del ginnasio-liceo classico, e tutte le discipline senza eccezione si fondessero in un unico modo di conoscere e di fare, più rispondente ai bisogni e allo spirito dei tempi.

Il primo passo da compiere in questa direzione, consisteva, evidentemente, nel tentare un raccostamento ed una sintesi tra le cosiddette "due culture", che l'Occidente, da secoli, anche attraverso la rigorosa separazione nei curricoli scolastici delle lettere da una parte e delle scienze e tecniche dall'altra, presentava come forme diverse e incomunicabili del sapere umano, tenendo aperto tra umanisti e scienziati un solco, una frattura, che impediva ogni possibilità di collaborazione effettiva e di integrazione reciproca tra le due forme di pensiero. Lo scrittore inglese C. P. Snow, in un libro divenuto molto noto anche in Italia, aveva analizzato con acume la profonda incomprensione tra il mondo dei letterati e quello degli scienziati, tra due tipi di uomini, sui quali pure si fonda l'attuale civiltà industriale (gli scienziati) e ai quali (i letterati) pur resta affidato il potere e l'orientamento etico-civile nella maggior parte dei casi, soffermandosi sui gravi pericoli derivanti da tale mancata armonizzazione: fame e malattie non debellate, ignoranza non vinta, liberazione dal bisogno non ancora attuata, e così via; insomma, tutta la vasta gamma dei problemi della condizione umana e sociale alla cui risoluzione dovrebbe dirigersi lo sforzo coordinato di tutti. Il saggio dello Snow, tuttavia, si preoccupava più di descrivere che di spiegare questa contrapposizione, si limitava, cioè, ad un esame sociologico del fenomeno e a una denuncia dei pericoli che esso cela in sé, preferendo non addentrarsi nella ricerca delle cause teoriche e storiche della frattura, per le quali lo Snow, preoccupato com'era di parlare soprattutto al pubblico inglese e di addurre argomenti ad esso più facilmente accessibili, dimostrava un interesse assai scarso, ma alle quali bisognava, invece, richiamarsi per cercare di rimuovere il tradizionale dualismo.
Molti fattori, d'ordine diverso, concorrevano a complicare il rapporto tra umanisti e scienziati. Per esempio, l'accusa rivolta dagli umanisti agli scienziati - difficile da confutare - di aver aperto nella coscienza moderna, con l'avvento della società tecnologica, un vuoto, che induceva a credere che gli uomini dovessero sì utilizzare i frutti della scienza, ma dovessero ripudiarne lo spirito; o l'opposto rimprovero - altrettanto fondato - degli scienziati agli umanisti di non saper abbandonare le consuetudini della retorica per offrirsi in termini di rigorosità e di verifica, cioè di non capire che il loro tenace tentativo di costruire la scienza dell'uomo e della società su un fondamento esclusivamente filosofico-speculativo, rinunciando a sondare il mondo al livello dei suoi rapporti non puramente spirituali, era destinato a fallire. Ma, per quanto questi motivi potessero pesare, la ragione fondamentale dell'incomprensione andava ricercata in una causa più profonda, e precisamente, nella comune pretesa di umanisti e scienziati , di scienza e filosofia, di possedere la verità. La filosofia, infatti, si era sempre considerata scienza del tutto, definizione di quel principio che è il principio stesso della realtà, cioè di Dio, in qualunque forma religiosa o metafisica si voglia vederlo, e quindi superiore alla scienza, che, in quanto scienza particolare, scienza della parte, non poteva non riconoscere la sua subordinazione nei confronti della filosofia, scienza del tutto, una subordinazione accettata in fondo da tutte le correnti filosofiche, con solo poche eccezioni, rappresentate soprattutto da Hegel e dal positivismo. La scienza, dal canto suo, rivendicava la superiorità del sapere scientifico, sorretto da strumenti di verifica, rispetto alla opinabile filosofia, al punto di pretendere di estendere la sua giurisdizione a tutta la realtà e di fare di se stessa, come dice Cassirer, «la misura dell'ente», dileggiando e combattendo quel che sfuggiva ai suoi strumenti. Questa opposta e irrevocabile pretesa di filosofia e scienza di possedere la verità, aveva creato tra umanisti e scienziati un muro di incomprensione, più profondo e nefasto di ogni altra suddivisione. Non c'era che una via per uscire da questa situazione, e passava naturalmente attraverso un ripensamento del significato della scienza e del significato della filosofia, che, sgombrando il terreno dagli equivoci, restituisse le due forme del sapere alla loro intrinseca e sostanziale unità.

Fu questa la strada battuta da «Istituto Tecnico» attraverso il suo primo grande dibattito, il Convegno sulla pedagogia della scienza , del febbraio 1967, che vide la partecipazione di scienziati e umanisti di chiara fama e giunse a una serie di essenziali chiarificazioni circa il rapporto tra le cosiddette «due culture». Esso mise in evidenza che esiste una fisionomia unitaria tra discipline umanistiche e discipline scientifiche, quando tutte riconoscano di essere, come in effetti sono, ricerca , e non possesso della verità. Nessuna forma del sapere, sia essa scienza o filosofia, può pretendere di possedere la verità. La verità può solo essere cercata. Nell'identità del suo processo formativo il sapere è in fondo uno solo, per cui cade e si annulla alla radice l'assurda contrapposizione delle culture, e la vuota e sterile diatriba circa la superiorità dell'una o dell'altra di esse non ha più ragion d'essere. In quanto ricerca dell'unica realtà, tutte le discipline senza eccezione hanno pari dignità culturale, e tutte - filosofiche, storiche, letterarie, scientifiche, tecniche - se insegnate come si sono formate, ossia come ricerca , possono ugualmente favorire negli alunni il loro sforzo di espandersi, di crescere, di maturare, e farsi così ugualmente umanistiche. Bisogna estirpare l'idea che si possa piantare e incapsulare l'umano in un ramo ben delimitato del sapere ad esclusione di altri. Non è questione di materie ma di metodo. Questa conclusione, scaturita nel corso del Convegno dal contrappunto dialettico delle relazioni e degli interventi, e condivisa da tutti i partecipanti, laici e cattolici, marxisti e liberali, indicava la via da seguire per rivalutare la scuola tecnica nei confronti della scuola classica e segnare veramente una svolta nella scuola italiana.

La rivista proseguì il suo cammino nella direzione indicata dal Convegno.

In un'apposita sezione intitolata Attualità e problemi , a più riprese, qualificati specialisti rivisitarono nell'ottica della ricerca discipline quali la ragioneria e la tecnica economica, il diritto e l'economia, l'agraria e la topografia, l'elettrotecnica e l'elettronica, la meccanica, le varie tecnologie, le arti nautiche, ecc., che non avevano mai attirato, in esplicito, l'attenzione dei pedagogisti.

A questo proposito, una menzione particolare merita il secondo Convegno di studio promosso dalla rivista, nel dicembre 1970, sul tema Tecnica e società: contributo a una didattica della merceologia , con la partecipazione di studiosi italiani e stranieri, che rese quanto mai evidente, spiegandolo senza dubbio meglio di tante parole, il motivo intorno a cui si raccoglieva tutta l'opera della rivista, in quanto fece vedere come proprio una delle discipline più in ombra dell'ordinamento tradizionale, la merceologia, totalmente priva di ascendenze «liceali», si rivelasse portatrice di una tale valenza umanistica, da vanificare la vecchia contrapposizione tra le due forme di scuola secondaria, la classica e la tecnica, in ragione del presunto diverso valore culturale dei loro insegnamenti.

Bisogna aggiungere che «Istituto Tecnico» fu anche un notevole strumento di aggiornamento scientifico degli insegnanti. In un clima culturale meno sensibile e aperto di quello odierno a questo problema, per un periodo non breve, la rivista tenne informati i docenti delle scuole secondarie sui sopraggiunti sviluppi della ricerca in vari campi del sapere, attraverso una imponente massa di articoli (oltre quattrocento, in almeno settanta diversi ambiti disciplinari) firmati da studiosi eminentissimi di diversi paesi, che il fondatore e direttore della rivista, Gustavo Benedetti, aveva saputo riunire attorno a sé, senza altra risorsa che il sostegno dei lettori (istituti tecnici in particolare, ma anche licei classici e scientifici, scuole medie, biblioteche civiche e universitarie) che gli consentirono di autofinanziare la rivista e di gestirla, anche editorialmente, in modo autonomo, lontano da pesanti logiche politiche o di mercato, per tutta la sua durata.

Lo straordinario consenso ottenuto da «Istituto Tecnico» (basti considerare che nel suo consiglio scientifico, composto da oltre trenta professori universitari di varia estrazione culturale, figuravano i nomi di ben otto direttori di riviste italiane: caso, se non unico, certo raro nella storia dei periodici) dimostra quanto fosse avvertita l'esigenza di cui essa si faceva espressione consapevole all'interno del mondo della scuola, e basterebbe, da solo, a giustificare, se non altro in sede storiografica, il proposito di farne qui una sommaria rievocazione, la quale, unitamente al materiale d'archivio conservato nella Biblioteca comunale di Lanciano, la ridente cittadina abruzzese in cui la rivista ebbe sede, non è escluso possa offrire ancora qualche impulso a migliorare il livello dell'istruzione, che fu lo scopo di «Istituto Tecnico», e rimane, pur nel mutare dei tempi, l'obiettivo di fondo della pedagogia e della didattica.

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La rivista ISTITUTO TECNICO
(1963-1975)